
Da alcuni anni Pangea – Niente Troppo ha avviato un progetto d’importazione diretta dal Congo, una nuova forma di collaborazione tra Botteghe del Mondo e produttori che si uniscono in piccoli progetti di sostegno a comunità locali svantaggiate. Si tratta di un programma che richiede importanti investimenti di risorse umane e finanziarie, ma che potenzialmente realizza nella maniera più efficace gli obiettivi dell’organizzazione: dare accesso al mercato a chi ne sarebbe altrimenti escluso, attraverso la creazione di una partnership tra nord e sud del mondo. Ne parliamo con Claudia Piacenza Responsabile Progetto Importazione Congo.
Cosa s’intende per progetto d’importazione diretta?
Quando si parla d’importazione diretta, si intende un legame esclusivo tra botteghe del mondo e il produttore. Le botteghe che fanno importazione diretta scavalcano un passaggio intermedio e si occupano personalmente della vendita al dettaglio con un’azione avviata sul territorio che non si evolve in centrale d’importazione. Normalmente nel settore del commercio equo il legame con i produttori non avviene in maniera così diretta perché a relazionarsi con loro, sia per i prodotti sia per i progetti di sviluppo, sono le centrali di importazione; la bottega compra dalla centrale di importazione che a sua volta compra dal produttore. Noi abbiamo deciso di seguire un progetto specifico in un paese e lo facciamo come attività prevalente per destinare i prodotti direttamente alla vendita al dettaglio.
Quali sono i vantaggi di fare importazione diretta?
Esiste un’apprezzabile crescita delle organizzazioni del commercio equo e dei prodotti di questo settore. Occorre quindi rispondere a un mercato in crescita e lavorare con quei produttori che hanno sviluppato una continuità nella produzione soprattutto a livello qualitativo, garanzia fondamentale per entrare nella grande distribuzione. I produttori stessi sono i primi a richiedere l’accesso a ambiti commerciali più vasti ma ovviamente serve valutare con attenzione la natura delle organizzazioni dei produttori con cui si lavora per essere certi di sostenere la richiesta del mercato.
Tuttavia per sostenere i piccoli produttori, meno organizzati e strutturati, lavoriamo per stabilire un canale diretto con ciascuno di loro, talvolta perché sono in condizioni social precarie, oppure perché sta avendo un momento di difficoltà commerciali. Si tratta di un lavoro complementare alla relazione commerciale e al sostegno agli artigiani; diventiamo portavoce delle loro richieste, ci facciamo carico dei criteri di monitoraggio di settore e del relativo sviluppo dei loro prodotti.
Quante sono le organizzazioni in Italia che seguono progetti d’importazione diretta?
In Italia ce ne sono più o meno una ventina, il nostro è uno dei più recenti e ancora abbastanza piccolo. Rimane un segmento di mercato abbastanza di nicchia perché le difficoltà logistiche in una bottega che fa vendita al dettaglio sono molte. Serve avere competenze e capacità tecniche specifiche, avere a disposizione denaro contante per anticipare il costo della merce, un magazzino a disposizione e saper gestire le pratiche doganali. Non sono abilità che si improvvisano e e che non tutti si possono permettere.
Come avete risolto queste difficoltà?
Abbiamo cominciato a lavorare al progetto collaborando con l’associazione AMKA che lavora in Congo da oltre 5 anni e che ha una sede anche in Italia. Siamo in costante contatto con loro e con la loro organizzazione gemella congolese che è gestita da personale locale. Si tratta dell’associazione Katanga, prende il nome dalla regione del Congo da cui importiamo. L’associazione Katanga coordina tre cooperative di produttori, tutti artigiani che lavorano la pietra locale, la malachite, con cui vengono manufatti i gioielli che importiamo. I produttori ricevono sostegno in ambito logistico, formazione e assistenza alla vendita.
Di che prodotti si tratta?
Sono gioielli di malachite un minerale di cui è particolarmente ricco il Congo. Si tratta di un derivato del rame considerato semi-prezioso sul mercato delle pietre e con una lavorazione artigianale ancora agli inizi soprattutto in termini di rifiniture. È acquistata in forma grezza o semilavorata. Secondo la tradizione la malachite è una pietra protettrice contro l’invidia e la cattiveria e in generale contro le vibrazioni negative. In gemmologia, la pietra di malachite, è usata per allentare le tensioni muscolari e anticamente, sistemata all’altezza dello stomaco, era usata dalle donne durante il periodo mestruale per alleviare i dolori. L’altra particolarità è la sua friabilità per questo le donne dei tempi antichi la usavano anche come ombretto.
Dove si possono trovare questi monili?
Li vendiamo nelle nostre quattro botteghe di Roma, presso la città dell’Altra Economia e presso altre associazioni come Equociquà, sempre a Roma. Recentemente abbiamo allargato il raggio di azione delle vendite anche in altre città come Bologna e Treviso anche se con volumi ancora limitati, tuttavia abbiamo riscontrato un crescente interesse da parte dei consumatori e questo per noi è già un successo.
Come partecipa la comunità locale?
Ci affidiamo all’associazione locale AMKA-Takanga che ha un ruolo di riferimento per tutta la comunità locale, quindi non solo con gli artigiani che lavorano con noi, ma anche con programmi di educazione sanitaria, lotta all’HIV e piani di alfabetizzazione. Il tentativo è di sbloccare le cause che portano al sottosviluppo attraverso le attività di commercio equo che diventano così uno strumento di riscatto.
I corsi di formazione hanno riguardato circa 190 artigiani e sono stati importanti perché oltre a spiegare i criteri del commercio equo si è cercato di approfondire il concetto di prezzo giusto che non doveva essere formulato secondo il bisogno del momento ma in base a un certo calcolo economico. È stata la battaglia culturale più difficile perché abbiamo cercato di contrastare il loro concetto di vivere alla giornata e provato a spiegare cosa vuol dire capacità di gestione economica.
Non volevamo fare un intervento di beneficienza ma piuttosto trasmettere un concetto di cultura d’impresa che può dare accesso agli artigiani, li sostiene nella gestione del loro lavoro e li aiuta nella determinazione del valore che esso deve avere.
Come reagisce la grande distribuzione italiana nel settore dei monili del commercio equo?
In realtà non esiste perché questo tipo di prodotti di artigianato sono svolti da piccoli gruppi di lavoratori e questo rende impossibile la risposta ai criteri di standardizzazione richiesti dal mercato della grande distribuzione. Alcune catene comprano da produttori che vendono nel settore del commercio equo ma si tratta di accordi commerciali autonomi. Attualmente il mercato recepisce essenzialmente i beni di consumo come tè, caffè, zucchero, cioccolata; questi prodotti sono i classici articoli da commercio equo. La risposta è comunque positiva grazie all’aumento della consapevolezza da parte del consumatore ed è il frutto di anni di lavoro di sensibilizzazione e di informazioni fatto dalle organizzazioni del settore. I nuovi consumatori ora sanno che cos’è il commercio equo e solidale e premiano questo nuovo modello economico.
Per ulteriori informazioni:
http://www.commercioequo.org/index.htm
Pangea.import@commercioequo.org
Maria Diamanti
Roma, 7 agosto 2008