
Mai abbassare la guardia nei confronti di un "nemico insidioso". Se le stime ufficiali su Aids, tubercolosi e malaria mostrano un significativo calo di mortalità e contagi rispetto l'anno passato, "non vuole dire che siamo stati bravi e possiamo rallentare l'azione per contrastare le pandemie". Parola di Elizabeth Mataka, inviato speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per la lotta all'Aids in Africa. La abbiamo incontrata a Roma alla presentazione dell'ultimo rapporto del Programma alimentare mondiale dell'Onu (Pam), che sottolinea la stretta correlazione tra fame e salute e mette in discussione gli interventi sull'Aids che non tengono conto di abbinare le terapie antiretrovirali a un'alimentazione adeguata e ricca dei micronutrienti in grado di renderla più efficace.
Originaria del Botswana e residente in Zambia, la signora Motaka , esperta di Aids e da oltre 16 anni sul campo, ha svolto un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nella risposta delle Ong africane al problema dell'hiv, e organizzato programmi pionieristici per la prevenzione, il trattamento, la cura e il sostegno a livello comunitario e nazionale. Tra i fondatori del South african network of Aids service organizations, attualmente è direttore esecutvo dell'International Zambia Aids network (Znan) e vicepresidente del consiglio del Fondo globale per la lotta contro l'Aids, la tubercolosi e la malaria.
Qual è la dimensione del problema Aids oggi nel mondo?
Catastrofica. E mi riferisco in particolare alla regione dell’Africa sub-sahariana. Quella da cui provengo, in cui sono cresciuta e dove si concentra il 68% dei sieropositivi. Nel mondo oggi ci sono 33,2 milioni di sieropositivi, e quest’anno 2,5 milioni di persone hanno contratto il virus dell’hiv. Per non parlare dei morti per malattie legate all’Aids, che sono stati più di 2 milioni.
Sono stime comunque inferiori a quelle dell’anno passato…
È vero, e sono segnali che il mondo sta iniziando a raccogliere i frutti dei suoi investimenti, sia in termini di terapie che di prevenzione. Ma rimane il fatto che è inaccettabile che un numero così alto di persone continui a contrarre una malattia che si può prevenire e che tanti stiano morendo di questa patologia , soprattutto in Africa. Più dei due terzi della popolazione sieropositiva mondiale e più dei tre quarti delle morti dovute all’Hiv sono concentrate nell’Africa sub-sahariana. In appena otto Paesi della regione si concentra un terzo dei nuovi contagi e dei decessi. In Africa l’Aids rimane la principale causa di morte tra gli adulti.
Eppure proprio in Africa i programmi sono andati avanti...
Oggi in Africa la trasmissione dell’Hiv avviene ancora soprattutto per via eterosessuale. Ci sono complessi fattori che provocano l’epidemia. Uno di questi va sicuramente ricercato nella disuguaglianza tra i sessi. Non è un caso che l’infezione colpisca soprattutto le donne, e in particolare le più giovani. Le ragioni vanno ricercate in pratiche culturali consolidate e dinamiche di potere che vedono l’uomo sempre in vantaggio, anche se le donne stanno cercando di rafforzare il proprio potere e ridurre la loro vulnerabilità. Ma va tenuto presente che esse sono economicamente dipendenti, oppresse culturalmente e quindi maggiormente a rischio, specialmente nel Paesi con le economie più sfavorevoli, che poi sono quelli in cui l’Aids è più diffuso. Per questo dobbiamo da una parte potenziare le cure mediche e i sistemi sanitari nazionali, dall'altra rafforzare l'empowerment delle donne e dare loro gli strumenti di cui hanno bisogno per emanciparsi. Io sono una grande fan dell’accesso universale alle terapie, che devono includere anche una pronta e veloce prevenzione. E poi ci deve essere una maggiore informazione, anche nelle aree rurali, le meno raggiunte. Se tutte queste azioni si attueranno, i progressi inizieranno a vedersi anche in Africa.
Quali sono i maggiori ostacoli che si frappongono a questo cammino?
Innanzitutto è fondamentale far circolare le informazioni, soprattutto in un contesto in cui si possano creare le condizioni per lo sviluppo. Alle persone va data l’opportunità di utilizzare queste informazioni. In questo senso, l’atteggiamento del mondo sta cambiando e c’è maggiore attenzione, ma in Africa i cambiamenti sono sempre molto lenti. In effetti nel continente la situazione è tragica. Anche se al momento la malattia è irreversibile, è assolutamente prevenibile. In linea con questo, le organizzazioni delle Nazioni Unite e le leadership politiche, ma anche le comunità locali devono incoraggiare il mutamento di atteggiamento. I politici devono impegnarsi in prima persona affinché la lotta contro l’Aids diventi prioritaria sia nell’agenda politica che in termini di risorse.
Cosa può fare la società civile?
Già fa molto, ma potrebbe fare di più. Innanzitutto cercando di mettersi in rete e operando in sinergia. Il lavoro delle ong è troppo prezioso per andare sprecato. Io lo so bene, perché vengo da una regione dove l’impatto dell’Aids è maggiore che in qualsiasi altra parte del mondo, e da un continente in cui la fame è, per la maggior parte delle persone, un problema quotidiano.
Ma cosa ha a che fare tutto questo con la fame?
Moltissimo. Innanzitutto l’iniquo accesso al cibo può spingere le persone ad assumere comportamenti a rischio di contagio. E poi se le persone non assumono alimenti equilibrati l’efficacia dei farmaci antiretrovirali è seriamente compromessa. La scorsa settimana ho visitato una scuola gestita dal Pam nel cuore di Lusaka, e ho aperto gli occhi su quanto il dramma della fame e quello dell’Aids siano radicati in Zambia, il Paese in cui vivo. La maggior parte dei bambini della struttura hanno perso i loro familiari a causa dell’Aids e hanno provato tremendi dispiaceri che hanno segnato per sempre le loro giovani vite. Ho parlato con una nonna che mi ha detto che sta crescendo i suoi tredici nipoti. Molti di loro sarebbero già morti di fame se la scuola non provvedesse ai loro pasti giornalieri. In Africa l’Aids ha portato via più di una generazione e oggi molti ragazzini si ritrovano sulle spalle il peso dei fratellini e spesso del lavoro nei campi. I genitori sono morti e per molti l’unica alternativa per sopravvivere è lasciare il poco che hanno e raggiungere la città più vicina, dove trovano lavori pesanti e molti finiscono per prostituirsi per un boccone di pane. Tra la fame e le cattive condizioni di salute c’è una connessione strettissima, troppo spesso sottovalutata.
La comunità internazionale riuscirà a raggiungere entro il 2015 il sesto Obiettivo di sviluppo del Millennio, che punta a bloccare la propagazione dell'Hiv/Aids?
Credo che siamo ancora lontani dal vincere questa sfida. Ma una cosa è certa: prima di fare progressi nel raggiungimento degli altri obiettivi, bisogna partire dal primo. Che non a caso è proprio il ‘primo’. Se non sradichiamo la fame dal mondo non andremo da nessuna parte. Sebbene in alcuni Paesi ci siano segnali che mostrano miglioramenti nella riduzione della fame, le stime dell’Onu indicano che per il 2015 non avremo ridotto della metà il numero degli affamati. Per questo non siamo sulla strada giusta. E sono i Paesi più poveri a dover affrontare le sfide più grandi.
Di nuovo l’Africa, dunque?
Quella sub-sahariana, sì. Qui si ha il numero più alto di bimbi malnutriti sotto i 5 anni di età. Ed è vero che la fame ancora si riscontra anche nei Paesi del nord del mondo, ma è nel sud che si muore perché l’acqua è contaminata o lo è il latte che prendiamo da nostra madre. Tornando al primo Obiettivo del Millennio, tra i fattori che ne impediscono il conseguimento ci sono i disastri naturali, la diffusa instabilità politica, i numerosi conflitti armati, gli spostamenti forzati di persone. Ma il fattore chiave, il vero ostacolo è rappresentato dall’Aids e dalle altre pandemie. Che insieme alla fame costituiscono un cocktail micidiale. Ad analizzare questa stretta relazione è l’ultimo Rapporto del Pam, che si intitola appunto ‘Fame e salute’.
E a quali conclusioni giunge?
Che con le conoscenze in campo medico-scientifico che abbiamo oggi, potremmo salvare molte più vite, soprattutto di bambini. Più di un terzo dei 33,2 milioni di sieropositivi sono stati contagiati dalla tubercolosi. Questo perché i malati di Hiv sono 50 volte più esposti al rischio di Tbc, il cui collegamento con la malnutrizione è facilmente riconoscibile. Stesso discorso per la malaria. Ogni anno più di 500 milioni di persone si ammalano gravemente e più di un milione muore, principalmente neonati, bambini piccoli e donne incinta nella regione sub-sahariana. Il rapporto dimostra che il 57% delle morti per malaria è attribuibile alla sottonutrizione.
Che fare, allora?
In occasione della giornata mondiale per la lotta contro l’Aids dobbiamo cogliere questa opportunità per fermarci a riflettere sui progressi raggiunti nel controllo dell’epidemia, nello sradicamento della fame e nel raggiungimento degli Obiettivi del Millennio. Oggi ci sono 854 milioni di affamati e il numero, invece di diminuire, cresce di 4 milioni all'anno. In un mondo dove le risorse e la conoscenza sono disponibili tutto questo è inaccettabile. Tutti noi abbiamo bisogno di continuare a supportare sforzi di collaborazione nella lotta contro fame e Hiv. Per questo userò la mia posizione di inviato speciale Onu per richiamare tutti i leader politici a impegnarsi a creare un futuro senza pandemie in cui sia garantuto a tutti il diritto alla vita.
30 novembre 2007